Di disturbi alimentari ce ne sono tantissimi, alcuni forse nemmeno codificati. Alcuni pensano che esistano solo anoressia e bulimia, forse perché in effetti potrebbero essere i più pericolosi. Non sono un medico, quindi non voglio spiegare come funzionano in generale i disturbi alimentari, ma posso raccontarvi la mia esperienza, e dirvi anche quello che ho imparato.

Partiamo da una premessa: ho sempre mangiato poco e ho sempre mangiato schifezze, e questo non può essere annoverato tra i disturbi alimentari. Ho cominciato però a mangiare “troppo poco” alle elementari, quando sono passata dalla meravigliosa cuoca Alida dell’asilo a una mensa con vari precedenti di intossicazione. Avevo così paura di stare male anche io che ho elaborato le tattiche più assurde per saltare il pranzo. Prima passavo il cibo a un compagno più famelico, poi le maestre lo hanno scoperto e la vita si è fatta dura. Almeno finché non ho scoperto che potevo svuotare il pane dalla mollica (che costituiva quindi la totalità del mio pranzo), nasconderci il cibo dentro e buttarlo nel bidone. Ho fatto così per 5 anni, e posso garantire che il mio corpo si era abituato: oltre al tempo pieno, facevo due sport (dovevo diventare ancora bradipa) ed ero piena di energie, anche se piuttosto magra.

In seguito, alle medie, ho scoperto il concetto di pranzo e ho riconquistato qualcosa di simile al peso forma, anche se tendente al basso, e ho scoperto anche che mangiare era una bella cosa. Alle superiori penso di aver toccato l’acme dell’appetito: a ricreazione mangiavo pacchetti interi di patatine, panini alla pancetta giganti e poi a pranzo primo e secondo. Inspiegabilmente, per qualche miracolo del metabolismo che vorrei tanto si ripetesse, ero sempre magra, non ho mai superato i 50kg.

disturbi alimentari

Questa specie di Nirvana si è interrotto a 20 anni, con la mia prima gastrite, che è stata anche la più seria. Praticamente mi faceva male mangiare qualsiasi cosa, ed è scattato un meccanismo che sta alla base del mio (forse) disturbo alimentare: appena ho qualche disturbo di stomaco, mi viene una sorta di cibofobia. Non voglio essere più magra, non riesco a mangiare neppure volendo. Perché io vorrei mangiare, sento che il mio corpo ne ha bisogno, e fintanto che il cibo è lontano ho anche appetito. Quando però si tratta di mandarlo giù, mi si blocca l’esofago. E, paradossalmente, in seguito a questo mi capita anche di ingrassare: oltre al danno, la beffa, l’anno scorso per esempio ho sfiorato i 60 kg, che non saranno tanti in senso generale, ma non li sentivo miei, perché erano dovuti al disagio e non a un sano appetito.

Non voglio buttarla sul tragico: non è una malattia (non credo, almeno), e mi capita solo quando sono stressata e/o lontana da casa, o quando non dormo abbastanza. Purtroppo, però, la cosa mi crea un disagio discreto, specie quando non sono da sola. Se sono da sola, infatti, faccio a meno di mangiare, e ad un certo punto, negli orari più improbabili, la fame mi viene. Il problema è quando sono con altre persone, soprattutto se sono ospite da qualche parte. E, naturalmente, più mi preoccupo di come gli altri interpreteranno il mio scarso appetito, più lo stomaco mi si chiude, mi viene la nausea e ciaociao pasto.

Per quanto il mio problema non sia per niente risolto, io la ricetta l’ho trovata, e volevo condividerla con voi, in attesa di riuscire ad applicarla sempre. Parte dall’assunto che nessuno, a meno che non sia un medico, può dirci se, quando e quanto mangiare. Anche per questo vado via di testa di fronte a certi messaggi su Instagram e non ho mai voluto partecipare a quei giochi stile “chi perde beve” e alla laurea ringrazio tanto mia mamma che ha fatto terrorismo psicologico al mio ex perché non mi dessero da bere (avrei dovuto litigare in un momento lieto). Dannazione, il mondo è popolato di vegetariani, vegani, fruttariani, che arrivano a farsi fare menù personalizzati alla grigliata di Ferragosto, perché dovrei preoccuparmi io che semplicemente devo dire: “Non ho fame, grazie”? Nella maggior parte dei casi non mi metto nemmeno a giustificarmi: non ho fame, punto. Succede. Se chi cucina è qualcuno a cui voglio bene, gli spiego che ho lo stomaco chiuso, e che non dipende dalla sua cucina. Certo, capita che qualcuno se la prenda, capita che qualcun altro si preoccupi e capita anche che si sparli, che mi si dia della schizzinosa o, peggio, dell’anoressica, cosa che mi fa sentire un po’ in colpa verso chi è anoressica davvero, perché sta molto peggio di me (è uno dei disturbi alimentari più gravi). Questo mi crea effettivamente ansia, perché devo ancora arrivare a quello stato zen di chi se ne sbatte. Ma avendo eliminato l’ansia del “dover” mangiare per forza per non offendere l’altrui sensibilità, il mio esofago ogni tanto si apre, e anche se ero partita con l’idea di digiunare, alla fine riesco a mangiare qualcosa.

Per cui, se avete dei disturbi alimentari simili al mio, cercate di accettare l’idea che ogni tanto si può fare a meno di mangiare: non muore nessuno (tantomeno noi), e le persone che ci apprezzano lo faranno comunque, anche se qualche volta non abbiamo fame.

E voi avete mai provato qualcosa di simile? Sapete se per caso è un disturbo psicologicamente codificato? Scrivetemi, anche in privato o su Instagram se avete un’esperienza che ricorda la mia, e anche se avete trovato delle soluzioni alternative!

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