Sono più che convinta che ogni individuo nasca in un certo modo, e il tempo possa solo plasmare ciò che già c’è.
In particolare, io potrei additare il momento specifico in cui mi sono avviata a diventare una pessima donna di casa, odiata dalle suocere e tollerata a malapena dai fidanzati.
Avevo 14 anni. Era ottobre, mezzo giorno, interno ben illuminato della cucina di Marianna, amica dai tempi dell’asilo. I nostri rispettivi genitori avevano deciso di passare un week end fuori porta e ci avevano sistemato a casa di lei per una romantica convivenza di tre giorni.christmas-kids-1073567_640Arrivata l’ora di pranzo, seguendo pedissequamente le istruzioni genitoriali, ci siamo messe a fare la pasta. Marianna ha tirato fuori la pentola, l’ha riempita d’acqua e con l’imperturbabilità del Dalai Lama mi ha chiesto: “E adesso?” Penso che l’esame di guida generi nell’adolescente medio meno panico di questa frase. L’ho guardata con occhi vacui e ho candidamente ammesso: “Non ne ho idea”. In quel momento nelle nostre menti si affacciava l’istante in cui sarebbero tornati i nostri genitori, ancora euforici per il viaggio, e ci avrebbero trovate in salotto distese a terra morte di fame, con gli alsaziani che banchettavano sui nostri resti.
Che poi, anche loro: l’eccessiva fiducia con cui davano per scontato che l’altrui figlia fosse l’equivalente domestico di uno chef francese rischiava di sconfinare nella richiesta d’aiuto al Telefono Azzurro. Vorrei fondare un comitato di protezione per le adolescenti che a 14 anni non sanno farsi una pasta, con tanto di contributi per la colf filippina.

Comunque, essendo tra le due la più grande, mi sentivo responsabile del nostro sostentamento, e così ho deciso di improvvisare: ho riempito la pentola d’acqua e ho aggiunto la pasta. Poi ho acceso il fuoco. A memoria, mi ricordavo che quando l’acqua bolliva bisognava fare qualcosa. Così ho aggiunto il sugo di pomodoro. Ad un certo punto Marianna mi ha fatto notare che in una delle varie fasi avremmo dovuto salare il tutto. Me la sono cavata sostenendo che quella era una pasta alternativa e il sale si aggiungeva a fine cottura. Dopo qualche minuto di bollitura ho deciso che era giunta l’ora di scolarla. Qui ero preparata, perché avevo sempre trovato l’operazione affascinante. Dopo aver distribuito la razione quotidiana si è affacciata alla mia mente una domanda, all’altezza dei più tradizionali dubbi filosofici:

“Dov’è finito il pomodoro?”

Questo è il degno prologo della mia carriera culinaria. Ora sono attrezzata con sofficini, pane, insaccati burro e uova. Ho imparato a fare la pasta (e tra l’altro la prediligo collosa, forse per contrappasso rispetto al mio primo esperimento pastifero, quando masticare un bronzo di Riace sarebbe stato meno impegnativo), la condisco con burro, tonno o sugo di pomodoro (che ora non ha più crisi di identità e non si ritiene un prestigiatore: compare nel mio piatto al momento giusto).

Capite comunque che sedurre un uomo invitandolo a cena è per me irrealizzabile (“Ehi, ciao! Ti va di venire a mangiare da me? Ho dei sofficini aromatici meravigliosi” Il povero malcapitato non può resistere… Alla tentazione di fuga!)
So che ve lo state chiedendo: a Marianna è andata meglio. I suoi genitori, per supplire alle sue carenze culinarie, l’hanno iscritta agli scout.
Se i miei decideranno di rinfacciarmi la mancanza di nipoti, imputerò la colpa alla loro incuria.

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