Qualcuno di voi potrebbe pensare che il mio primo esperimento pastifero non fosse il preludio del fallimento della mia carriera di cuoca, ma solo un incidente di percorso che poteva essere superato senza difficoltà.
Questo post è per dimostrare che si sbagliano.
17 anni, cucina di casa mia (o per meglio dire, sgabuzzino dotato di fornello: la mia cucina aveva la spaventosa larghezza di 4mq e se ci volevi stare con un’altra persona eri costretto a darti al free climbing sul frigo).
In un momento di folle generosità decido di cucinare una meravigliosa pasta al tonno per mio padre che sarebbe tornato da una riunione tostissima.apple-1883934_640So che a molti di voi la pasta al tonno fa venire in mente quel godurioso odorino di soffritto, le olive finemente tagliate e il dolce rumore di un appetibile salsina che rosola in tranquillità. Per me invece la pasta al tonno consta delle seguenti operazioni: scola la pasta, apri il tonno in scatola, liberati dell’olio in eccesso (di solito sulla camicetta fresca di bucato) e butta il tutto nella terrina.
Una cosa semplice, insomma. Che dire, mai come in questo caso si adatta l’espressione “le ultime parole famose”. La pasta era nella sua terrina e aspettava pazientemente di essere ricoperta di “condimento”.
Ho cercato di aprire il tonno, ma purtroppo è stato lui ad aprire me. Non so, ricordo solo un fiotto di sangue depositatosi poi come condimento vampirico sulla pasta e io che chiamavo mio padre urlando “Sto morendo dissanguata!” E poi il tendine bianchiccio tra pollice e indice che ammiccava dicendo: “Ah, finalmente vedo un po’ di mondo!”. Ricordo le otto ore passate al pronto soccorso, con me che avevo finito i fazzoletti e colavo sangue per terra. Ricordo che mi ero rassegnata alla trasfusione. Ricordo mio padre che dopo otto ore di attesa ammetteva candidamente: “Ah, ma io conosco il capo dell’USSL, dici che lo chiamo per velocizzare la cosa?” Non l’ho picchiato solo perché ormai respirare era diventata l’impresa del secolo. Avete presente Esplorando il corpo umano? Beh, le mie palline di ossigeno giravano spaesate per le vene, cercando un volenteroso globulo rosso che le scortasse fino al cuore, ma loro erano tutti a fare baldoria sul pavimento della sala d’attesa. Un minuto dopo la telefonata mi hanno fatto passare e i medici sono stati gentilissimi. Me la sono cavata con tre punti. Poteva andare peggio, se si lesionava il tendine ammiccante avrei passato le ore successive nel ridente reparto di chirurgia. Da allora per aprire una scatoletta qualsiasi (comprese quelle per il mio amato gatto) devo fare training autogeno.
Rimango convinta che quelli della Rio Mare abbiano fatto un errore e che tra i mille tonni nella loro rete fosse rimasto impigliato anche un piranha, poco incline, anche da morto, a rinunciare alle sue prerogative omicide.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Post comment