Ci ho messo un anno, ma alla fine ce l’ho fatta e ho finito Ritratto di signora di Henry James. Prima che proseguiate la lettura della mia dissacrante recensione è bene che sappiate due cose: ho apprezzato i classici inglesi e direi che sono i miei preferiti e no, non passo la mia vita a leggere Harmony et similia. Secondo: questo pezzo contiene spoiler proporzionali alle pagine del libro. Ora che lo sapete potete andare avanti nella lettura col cuore più leggero.

Protagonista di Ritratto di signora è tale Isabel Archer. Non si capisce bene se è una gnocca o no, ma si propende per #quelcertononsoche, che è quella cosa con cui un autore giustifica il fatto che una tipa totalmente amorfa spezzi cuori in lungo e in largo (NB: adesso i tempi sono cambiati e #quelcertononsoche è diventato #selfieincostume).

1485188308906Isabel è americana, ha tre sorelle (di cui una VERAMENTE gnocca) e la sua vita trascorre nella noia più totale, finché una vecchia zia le piomba in casa nonsicapiscecome direttamente da Londra, e nonsicapisceperché se la porta via.

Piccolo inciso: la zia Touchett è l’unico personaggio simpatico di tutto il romanzo, ma l’autore se la dimentica a più riprese, quindi è inutile che proseguiate la lettura solo per ammirarne le gesta. Vi dico solo che, già ricca, ha sposato un riccone e lo ha lasciato languire nella nebbiosa Inghilterra per darsi alla bella vita in Italia (chiamala scema!).

Isabel arriva quindi in Inghilterra e conosce suo zio e suo cugino Ralph. Costoro sono praticamente testimonial di una nota marca di vitamina D. Mi immagino uno spot pubblicitario dove vedi questi due che tra la gotta e la tisi si rammaricano di non aver preso integratori o quantomeno un po’ di sole. Insomma, magari all’inizio un pochino ti dispiace, ma poi pensi che potevano andare tutti in Italia con la madre/moglie ma loro amano la nebbia inglese, e allora li lasci nel loro brodo e vai a farti una lampada.

Naturalmente Ralph si innamora di Isabel. Oppure no. In realtà non si capisce bene, diciamo che probabilmente la malattia gli ha inibito un paio di funzioni primarie, perché la stima molto (non si sa in virtù di cosa), ma non la vuole sposare (e, bisogna dargliene atto, questo è un picco di originalità che lo distingue dagli altri noiosissimi personaggi maschili). Tuttavia le presenta Lord Warburton, un nobile, ricco e gnocchissimo, che, più prontamente, le chiede di sposarla. Lei risponde di no, perché in sostanza vuole mantenere la sua libertà, attirandosi l’odio di tutte le lettrici irrimediabilmente single.

In realtà Isabel dimostra di avere un bel po’ di lungimiranza, perché, conquistato da questo folle gesto, Ralph chiede al padre di coprirla di soldi alla sua morte. Lo zio prontamente schiatta e Isabel diventa ricca. Adesso è veramente libera, e così rifiuta ennesimamente Caspar Goodwood, un altro pretendente che si dice abbia ispirato Servi della gleba di Elio e le storie tese.

Ma appena cominciamo a sperare che il ruolo di Isabel nel mondo sia quello di ridimensionare l’ego di una serie di giovinotti arroganti, lei si fa incantare da Gilbert Osmond, un artistucolo brutto, privo di sostanze e se lo sposa.

Ci tengo a precisare che io ho letto il libro soltanto perché dal film mi mancava un passaggio. Non riuscivo a capire perché si sposava questo tizio che è la versione ottocentesca di Vittorio Sgarbi: snob, lamentoso e brutto. Credevo fosse colpa dello sceneggiatore, invece è proprio l’autore che non te lo spiega, illudendosi di dare un (altro) tocco di mistero al personaggio di Isabel e riuscendo invece a darti solo i nervi. La coppia, comunque, è stata creata sapientemente da Madame Merle, un’”amica” di Isabel che è l’equivalente di quella che ti affibbia l’amico single improponibile per poi gioire sadicamente della tua infelicità. Poi si scopre che questi due erano amanti e che la figlia di Osmond non era della sua ex moglie, ma proprio di Madame Merle (e qui lo ammetto, c’è del genio, perché di solito mater semper certa, ma dove si poteva costruire un bell’intreccio giallo si è persa l’occasione per seguire meglio l’infelicità della noiosissima Isabel).

Insomma, in breve, dopo anni di matrimonio in cui Isabel si inaridisce manco fosse una pianta grassa, ci litiga solo una volta per poter assistere il cugino morente (con tanto di tardiva redenzione di Madam Merle, altra occasione persa per avere almeno un cattivo a tutto tondo!) e magari pianterebbe pure il marito, non fosse che si ritrova davanti Caspar Goodwood che le chiede (di nuovo di sposarlo), per cui lei si dà alla fuga tornando dal crudele marito.

Insomma, quello che mi chiedo, pur sapendo che probabilmente sembrerò un po’ superficiale, è se c’era proprio bisogno di un romanzo di mille pagine per esaurire il concetto “Le donne: chi le capisce è bravo”.

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